martedì 30 novembre 2010

Il Piano

L'alba si presentò con calma. La fitta coltre di nubi che ammantava il cielo iniziò a tingersi d'azzurro via via sfumando verso il grigio. Le ombre iniziarono a stiracchiarsi e a gettarsi oblique sulla valle. Le sagome delle torri si dipinsero sui pascoli ormai quasi completamente aridi. Una morbida nebbia argentata iniziò ad irrigare i campi scivolando debolmente lungo il pendio della montagna.
Man mano che il sole riscaldava l'aria, una leggera brezza di vento iniziò a sferzare le chiome degli alberi da frutta. Le nuvole iniziarono a diradarsi lasciando solo una leggera patina lattiginosa a coprire l'azzurro del cielo. La rugiada iniziò ad asciugarsi. In lontananza un gallo levò il suo canto.
Kaila se ne stava seduta sul tetto della sua fattoria a fissare il giorno in divenire. Da alcune settimane era diventata un'abitudine. Faceva fatica a prendere sonno, pertanto passava la maggior parte della notte a rimuginare sui suoi pensieri.
La fattoria della sua famiglia si trovava sul versante oscuro della montagna, quello che veniva illuminato solo dal tiepido sole del pomeriggio. Il terrapieno sul quale era stata costruita fu ricavato da un'antica cava di argilla. Il trisavolo di Kaila l'aveva fatta riempire con la fertile terra proveniente dalle rive del fiume Koar. Il clima asciutto e fresco era l'ideale per la coltivazione del luppolo, per di più il freddo invernale di quella zona favoriva la fermentazione dei malti. Una sezione della piccola cava era stata adibita a cantina dove venivano raccolti i barili della birra. La casa invece era stata eretta sul punto più estremo del terrapieno, quello a ridosso del burrone, così da permettere al sole di abbracciarla coi suoi raggi il più a lungo possibile.
Dal tetto della casa era possibile vedere tutta la vallata. Kaila passava le prime ore del giorno a fissare le ombre della città di Elengar che lentamente si accorciavano. Al canto del gallo si ridestava dai suoi pensieri e si sforzava di iniziare la sua giornata. Aveva circa un paio d'ore di tempo per preparare la colazione, spicciare le faccende di casa ed infine recarsi in città per aprire la birreria. Era stanca di quella quotidianità. Aveva provato il brivido dell'avventura. La paura, L'ansia ed infine il sollievo. Mentre volteggiava al di fuori delle mura della città aveva sentito il suo cuore leggero. Ogni segno di preoccupazione era scomparso. Aveva provato la felicità allo stato puro. Il giorno dopo però la vita aveva ripreso il suo normale corso, in più su di lei pendeva il peso della colpa. L'ansia di tutte quelle cianfrusaglie trafugate dalla Sala dell'Archivio e ora nascoste nella cantina del padre non le faceva prendere sonno. Doveva sbarazzarsene.
Voleva far sì che fosse impossibile ritrovarle. Ricordava di aver sentito parlare di una collina, poco oltre il villaggio di Hangwick, che si diceva essere infestata da spiriti maligni. Per secoli nessuno aveva cercato di inoltrarsi nel folto del bosco di querce che la ricopriva. I pochi sventurati che avevano tentato l'impresa non avevano mai fatto ritorno. Almeno così diceva la leggenda. Un posto del genere sarebbe stato perfetto, anche se qualcuno avesse trovato lì la refurtiva non l'avrebbe di certo associata al furto avvenuto ad Elengar. Magari avrebbero pensato ad un tesoro nascosto e protetto dagli spiriti, pertanto nessuno avrebbe osato toccarlo.
Il problema principale era la distanza. Hangwick si trovava a più di una settimana di cammino. Anche a cavallo non si impiegavano meno di tre giorni ad arrivarci. Come avrebbe potuto giustificare con la sua famiglia un'assenza tanto lunga? Inoltre una donna giovane che viaggia da sola con un fagotto sospetto sulle spalle rischiava di attirare l'attenzione dei viandanti. Per non parlare del pericolo che una fanciulla sola può correre durante le notti incerte in cui la luna si nasconde e i briganti escono dalle loro tane.
Il mattino giunse puntuale a interrompere i ragionamenti della ragazza. Era ora di rigettarsi nella consuetudine.

La casa era fredda. Ormai non si poteva più tenere il camino spento, la stagione non lo permetteva. Il pian terreno dell'abitazione era composto da un unico grande ambiente. Da un lato si trovava la cucina con il forno e i piani cottura. Avevano persino un lavabo per le stoviglie, cosa assai rara vista la difficoltà con cui le varie fattorie venivano collegate all'acquedotto cittadino. Come ogni cava di argilla che si rispetti però, la casa di Kaila sorgeva su una falda acquifera sotterranea dalla quale era possibile attingere l'acqua direttamente. Suo nonno aveva pagato un mago perché imponesse un sortilegio sulle acque sotterranee permettendogli di sgorgare direttamente in alcuni punti chiave della fattoria: La cantina, la latrina, il recinto degli animali, il pozzo di irrigazione e, appunto, il lavabo.
Kaila si avvicinò al grande focolare situato sul lato opposto rispetto alla cucina. Aveva imparato da suo padre a preservare la brace nascondendola sotto la cenere, così accendere il camino al mattino era un compito assai più semplice. Si limitò a disporre i ciocchi di legna su un letto di rami secchi. Con l'attizzatoio spostò la cenere scoprendo le braci ancora calde. Infine dispose sotto i rami un piccolo quantitativo di paglia che si incendiò all'istante. In pochi minuti l'ambiente iniziò a riscldarsi e il fuoco a scoppiettare allegro.
Con la molla di ferro prese poi uno dei ciocchi infuocati per portarlo nel forno, così da poter cuocere il pane. Dispose l'impasto lievitato che aveva preparato la sera prima all'interno del forno e si mise a lavare le stoviglie sporche della cena.
In breve il profumo del pane fresco iniziò a farsi strada lungo il salone, salì la rampa di scale e andò ad incunearsi nelle tre stanze da letto che componevano il piano superiore. Ivan e Felz si svegliarono.
Felz arrivò quasi immediatamente, Ivan si attardò un po'. Erano un paio di giorni che stava poco bene. Kaila mise dell'acqua pulita in un paiolo e la dispose sul fuoco così da poter preparare al padre un decotto contro il male dell'inverno. Ormai Ivan cominciava ad essere in là con l'età e risentiva facilmente degli sbalzi di temperatura tipici della stagione fredda. Per diverso tempo si era discusso di acquistare una dimora umile in città, magari vicino alla birreria, per permettergli di passare la vecchiaia in luoghi più al riparo dalle intemperie invernali. Quando Felz avesse preso moglie e si fosse stabilito nella fattoria con la sua nuova famiglia, Ivan e Kaila si sarebbero trasferiti all'interno delle mura di Elengar.

La mattina proseguì leggera tra le varie faccende di casa. Kaila fece il bucato, rassettò le camere ed infine pulì il soggiorno. Era giunto il momento di uscire per andare ad aprire la taverna in città. Felz era riuscito a convincere il padre a rimanere a casa per riguardarsi. L'incrollabile senso del dovere di Ivan era principalmente dovuto al fatto che a casa si annoiava, ma doveva accettare il fatto che la sua tosse poteva incutere timore negli avventori. Optò per rimettersi a letto dopo aver bevuto un infuso di valeriana e camomilla che Kaila gli aveva preparato. Gliene aveva preparata una brocca intera, così se il primo boccale non fosse stato sufficiente a rispedirlo nel mondo dei sogni, ci sarebbe risucito senz'altro il secondo, o il terzo.
Felz fece uscire i due cavalli dalla stalla e li legò al carro, poi prelevò alcuni barili di birra dalla cantina e li caricò sul pianale. Quando tutto fu pronto, lui e Kaila salirono a bordo e lasciarono la fattoria. La distanza era breve, la loro fattoria si trovava piuttosto in alto, ciononostante il percorso in salita fatto di innumerevoli tornanti, rendeva il viaggio abbastanza lungo. Dopo circa quaranta minuti raggiunsero l'ingresso delle mura. Gli armigeri di guardia erano sempre distratti se non addirittura addormentati, ma Kaila per sicurezza si calava sul volto l'enorme cappuccio del suo mantello. Meglio non rischiare di essere riconosciuta, anche se a conti fatti non era stato diramato nessun mandato di cattura nei confronti del ladro. Per quanto ne sapevano in città, quello era morto spiaccicato ai piedi della montagna. Quando suo fratello gli chiedeva il perché del cappuccio lei si limitava ad imprecare contro il freddo.
Smontarono il carro una volta raggiunto il retrobottega della taverna. Scaricarono i barili e portarono i cavalli nella stalla comunale. Il sole era ormai alto, anche se ancora coperto da una leggera coltre di nubi. Era giunto il momento di aprire al pubblico la birreria.

Mentre il periodo estivo portava clienti solo a sera, durante l'inverno si potevano trovare avventori ad ogni ora del giorno. Il freddo rendeva la birra molto più appetibile. Inoltre avevano fatto costruire una piccola cucina e avevano iniziato a servire anche la zuppa con le cotiche, lo stinco di maiale con le patate e altre prelibatezze prettamente invernali. Non dovevano neanche preoccuparsi di acquistare le carni dal macellaio, noto per i suoi prezzi esagerati, in quanto negli ultimi anni erano riusciti a tirare su un consistente allevamento di maiali e bovini all'interno della fattoria.
Questo aveva reso la birreria di Ivan uno dei locali più frequentati di tutta Elengar. Luogo di ritrovo di alcolizzati ed armigeri fuori servizio. Alcuni rimanevano persino a passare la notte distesi sulle lunghe panche di legno allestite nel locale. Al mattino Kaila offriva loro un boccale di tisana ai mirtilli mentre Felz ripuliva il bancone, così se ne andavano contenti pronti per tornare nuovamente una volta calata la notte. A breve avrebbero reso anche quel servizio a pagamento, così si sarebbero trasformati da semplice birreria a locanda vera e propria. Gli affari andavano sempre a gonfie vele con l'arrivo dell'inverno.
Quel mattino non vi fu un grande afflusso di gente, giusto i soliti due clienti fissi. Il Guercio se ne stava accasciato sul bancone col suo boccale tra le mani. Da quando era rimasto ferito durante un'esercitazione militare, il regno aveva iniziato a pagargli un piccolo vitalizio che gli permetteva di mantenersi senza lavorare, in più era stato congedato dall'esercito con tutti gli onori del caso. Da allora passava ogni giorno nella birreria a sperperare quella sua ricchezza e a piangersi addosso per la sua vita inutile. Uno dei clienti migliori.
Seduto ad uno dei tavoli invece se ne stava Drei il maniscalco. Da quando sua moglie era scappata con uno dei tappezzieri in visita da Salingar, non riusciva ad iniziare le sue giornate senza un'adeguata dose di alcohol nelle vene.
A Kaila piaceva quel lavoro. Dietro ogni persona, sotto ogni espressione, si nascondeva una storia. Lei se ne stava spesso dietro al bancone a dare ascolto agli avventori che dopo il secondo boccale di birra alle castagne iniziavano a raccontargli tutti i fatti più intimi. Sapeva ogni evento che accadeva nel regno quasi in tempo reale, ma nessuno gli aveva ancora accennato al drappello di soldati che stava per fare visita alla città.

Arrivarono nel primo pomeriggio. Lasciarono i cavalli alle scarse cure dello stalliere della città ed iniziarono a girare per le strade dell'alveare. Entrarono nella birreria quando erano da poco suonate le 4 del pomeriggio. Erano in cinque. Avevano un equipaggiamento leggero, da viaggio. Sopra una cotta di maglia indossavano una casacca nera con uno stemma che Kaila non aveva mai visto. Una croce bianca circondata da quattro cerchi argentati. Tutti portavano una lunga spada al fianco destro. Roba buona. Fatta con un buon acciaio. Non come le spade di ferro arrugginito degli armigeri di Elengar. Uno di loro portava al collo un grosso ciondolo che raffigurava lo stemma della stirpe di Hoen. Il lasciapassare regale. Il soldato che lo indossava doveva essere il Capitano del drappello ed era stato mandato dal re in persona. Aveva lunghi capelli neri che arrivavano fin sotto le spalle. Li teneva legati in una coda. Non dovevano essere molto comodi in battaglia, ma d'altra parte erano in tempo di pace, pertanto non era più obbligatorio per i militari rasarsi i capelli. Aveva gli occhi di un azzurro così chiaro da sembrare argento. Quando si avvicinò al bancone Kaila notò che il suo volto era ricoperto da lentiggini molto chiare, a malapena si distinguevano dalla sua pelle d'avorio. Era molto alto, più di suo fratello Felz e anche seduto era comunque più alto di Kaila.
Mentre gli altri quattro componenti si accomodarono ad uno dei tavoli, il capo si sistemò al bancone. "Stiamo cercando informazioni" ruppe il silenzio col suo accento particolare, sembrava si sforzasse per rendere la sua calata meno riconoscibile, ma doveva venire dal continente al di là dello stretto, probabilmente dalle terre dell'est. "Che genere di informazioni?" chiese Kaila cercando di simulare disinteresse. "Il vostro Re vuole scoprire come sia stato possibile che qualcuno si introducesse nel suo palazzo". Kaila iniziò a pulire nervosamente un boccale cercando di evitare lo sguardo di ghiaccio del Capitano. "Ho sentito che il ladro è morto, si è buttato dalle mura" cercò di tagliare corto la ragazza.
"Non è quello che vogliamo sapere. Il vostro Re vuole capire come abbia fatto. Elengar dovrebbe essere la città impenetrabile, invece un tizio qualunque è entrato all'interno delle mura, ha superato la vigilanza e si è introdotto a palazzo" calcava quasi con disgusto sulle parole 'vostro Re', evidentemente non era un'autorità che riconosceva. Per qualche ragione si sentiva superiore. "Siamo stati inviati per rendere questa città nuovamente sicura" concluse sottolineando con un ghigno di compiacimento le ultime parole. Kaila sentì un brivido di paura. Si prospettavano tempi duri per la città. Doveva assolutamente disfarsi della refurtiva. "Non ho il genere di informazioni che vi servono, ma posso servirvi dell'ottima birra" rispose con la voce più amabile che la sua ansia le permettesse. "Non beviamo mai quando siamo in servizio, ma i miei uomini hanno fame" Kaila colse al volo la scusa per dileguarsi in cucina.

Era palese che in poco tempo la pigra monotonia che regnava nella città arroccata avrebbe subito un bello scossone. I nuovi arrivati non sembravano intenzionati ad andarsene. Si erano stabiliti a palazzo e da subito avevano iniziato a dare ordini in nome del Re. Furono costituite squadre di vigilanti per controllare le strade della città. Il numero di guardie alle porte e sulle mura di cinta fu aumentato. Anche durante il giorno armigeri in servizio pattugliavano le strade e stazionavano severi di fronte alle locande. Non sarebbe passato molto tempo prima dell'istituzione del coprifuoco. I forestieri dovevano già abbandonare la città prima del decimo rintocco della sera, ora in cui le grandi porte venivano chiuse. Già dopo una settimana il flusso di avventori calò drasticamente nella taverna di Ivan. Inoltre Nikolas, il Capitano, veniva personalmente ogni sera a presidiare il loro bancone. Non beveva mai e di rado lo si sentiva parlare. Se ne stava lì ad incutere timore e a far scappare la clientela.
La situazione era diventata ingestibile e Kaila sentiva la necessità di liberarsi di tutti quegli oggetti che aveva nascosto tra i fusti di birra. Una sera si decise ad agire, ma non poteva farlo da sola. Mentre Felz sistemava dei nuovi barili di birra in fermentazione in cantina, Kaila gli si avvicinò "Ti devo parlare" gli disse quasi sussurrando. "Perché parli piano? L'esercito non ci può sentire da qui" disse scherzando Felz, ma quando vide la sorella trasalire si fece serio "Che succede?" chiese. In tutta risposta Kaila gli fece segno di seguirla e lo condusse nella zona più buia della cantina, dove aveva nascosto la refurtiva.
Avvicinò una fiaccola agli oggetti e li mostrò al fratello. "Da dove viene questa roba?" chiese il ragazzo terrorizzato. "Hai presente il furto all'Archivio?" disse la ragazza fingendo divertimento "Sei stata tu? Oh dei del cielo! Ti impiccheranno per questo" Kaila fece segno di abbassare la voce e il fratello si zittì. Felz era visibilmente in angoscia "Ho preso questa roba solo perché non capissero cosa volevo veramente" cercò di giustificarsi Kaila "Il diario della mamma!" commentò Felz che aveva già capito tutto. Kaila si limitò ad abbassare lo sguardo come un cane bastonato.
"Dobbiamo liberarcene" fece il ragazzo. "Lo so, volevo portarli sulla collina di Hangwick. Quel posto si dice sia stregato, nessuno li andrebbe a cercare in quel bosco. Però non so come arrivarci". Kaila vide il fratello concentrarsi su un pensiero. Fissava distrattamente gli oggetti e si accarezzava il mento. Forse stava elaborando quel piano che lei non era riuscita a formulare. "Un modo ci sarebbe. Col papà pensavamo di andare a Salingar a vendere della birra. Se qui mettono il coprifuoco ce ne rimarrà parecchia invenduta. Possiamo convincerlo a far venire te al suo posto. Hangwick è sulla strada. Potremmo riempire un barile con gli oggetti, così mentre io proseguo per Salingar tu vai a nascondere la refurtiva."
Il piano sembrava perfetto. Sarebbe stato difficile convincere Ivan a rimanere a casa, ma le sue condizioni di salute avrebbero giocato a loro favore. Avrebbero chiamato una badante per prendersi cura del vecchio durante la loro assenza. Col fratello dalla sua parte finalmente Kaila riuscì a tranquillizzarsi. Avrebbero buttato via quella roba e tutto sarebbe tornato alla normalità. La ragazza corse in casa, entrò in camera sua e si chiuse la porta alle spalle. Si appoggiò allo stipite e lasciò che l'ansia le scivolasse via di dosso. Andò alla cassettiera e nascosto tra i vestiti ritrovò il diario che tanta pena le stava dando. Sentì la chiave sul petto scaldarsi della sua luce argentea mentre prendeva in mano il prezioso quaderno. Dal giorno del furto ancora non aveva avuto il coraggio di aprirlo, ma una volta sistemata quella faccenda si ripromise di trovare il tempo di leggere le ultime parole che la madre le aveva lasciato in eredità.
Si sdraiò sul letto e finalmente riuscì a prendere sonno. Il piano l'aveva trovato, ora doveva solo metterlo in pratica.


sabato 27 novembre 2010

Tra Sogno e Realtà

I sogni sono da sempre un argomento strano. In teoria tutti sognano, è un processo naturale con cui il cervello rielabora le informazione che ha incamerato. Di solito poi il risveglo provvede inesorabilmente a cancellarne il ricordo preciso, ma qualcosa rimane. Una sensazione. La traccia che i sogni lasciano nell'anima.
Ad Elliot non era mai rimasta nessuna traccia nell'anima. Dubitava persino della sua esistenza. Quando alle elementari una sua insegnante affidò alla classe un tema da scrivere sul loro sogno più bello, lui non riuscì a scrivere nulla. Il voto più basso della sua vita.
Quel giorno Elliot rimase basito non tanto dal suo voto, quanto dai temi dei suoi compagni. Raccontavano storie incredibili con dovizia di particolari. Molti probabilmente avevano inventato di sana pianta. Altri avevano semplicemente esagerato un po'. Eppure tutti avevano qualcosa da raccontare. Tutti tranne lui. Non che gli mancasse la fantasia, però non sapeva proprio da dove cominciare. Per inventare qualcosa bisogna avere delle basi, degli elementi su cui costruire la storia. Lui semplicemente quelle basi non le aveva. Elliot Summer non aveva mai sognato.
La cosa non lo aveva mai turbato più di tanto. Come tutte le persone che non riescono a fare qualcosa, aveva deciso che i sogni non erano poi tanto importanti. Quando con gli amici si finiva a parlare di sogni, semplicemente lui cambiava argomento. A volte cercava di nascondere l'invidia col sarcasmo. Prendeva in giro gli altri per la loro ignoranza, perché credevano che quei ricordi costruiti potessero avere un qualche significato.
Elliot si sentiva privato di qualcosa. Un elemento che legava tutti tranne lui. Probabilmente i suoi genitori avrebbero saputo trovare una spiegazione, però esisteva anche la possibilità che la cosa li facesse preoccupare più del necessario. Preferì quindi evitare di parlare con loro di questa sua mancanza. Ogni tanto si faceva passare sotto banco qualche sogno dal suo amico Peter, così da poterlo usare in qualche discorso. I suoi come al solito dimostravano un falso interesse in quello che raccontava, così lui capiva che era riuscito a dargliela a bere. Era riuscito a fargli credere di essere un bambino normale.

Il giorno in cui Anna, sua madre, aveva parlato a cena delle chiavi di Casale Spavento, qualcosa si era spezzato. La consuetudine si era interrotta. Elliot aveva sognato. Non era un grande esperto di sogni, eppure quello sembrava proprio un ricordo. Un ricordo molto sfumato, quasi sbiadito. Antico. Al risveglio non gli era rimasta solo la sensazione di aver sognato, ma il ricordo di ciò che era successo. Leggero come una piuma. Volatile. Eppure c'era. Un ricordo nuovo, non suo, ma pur sempre un ricordo.
Quella magia continuò a ripetersi ogni notte. Sempre lo stesso sogno. Sempre lo stesso ricordo. Ad ogni replica le immagini diventavano più nitide, i contorni meno sfumati, le sensazioni sempre più vivide. Quel singolo evento si radicò completamente nella memoria di Elliot. Ormai era impossibile distinguerlo da un qualsiasi altro ricordo. Pensandoci razionalmente sapeva di non aver mai vissuto un'esperienza simile, eppure quel ricordo era reale, forse anche più degli altri. Troppi dettagli. Troppe sensazioni. Non poteva esserselo immaginato.
Ricordava con precisione la forma di quella stanza. Una cupola sorretta da quattro archi incrocati che poggiavano direttamente sul pavimento. Non c'erano colonne a dare altezza a quella camera, c'era solo la cupola. Tutto era in marmo bianco. Elliot si sorprese a ricordare persino le nervature argentee che solcavano il bianco assoluto dei lastroni che ricoprivano le pareti. Otto in totale, otto spicchi di parete separati dai possenti archi.
La precisione geometrica di quella cupola era interrotta soltanto da quella che sembrava essere una porta. Un piccolo arco a sesto acuto poggiato su due esili colonne dava l'idea di un passaggio. Di qualcosa che doveva essere possibile attraversare. Pertanto stonavano un po' quei grossi massi di pietra squadrati posti a riempire quell'apertura. Elliot sentiva ancora nelle narici l'odore della malta fresca che era stata usata per tenerli insieme. Era evidente che chiunque li avesse fatti entrare, non voleva più farli uscire. Erano sigillati dentro quella prigione di marmo.
Elliot non era solo, c'erano altre persone con lui. Col tempo capì che erano tutti giovani, più o meno della sua età. Indossavano tutti la stessa tunica scura con il simbolo di una montagna sovrastata da una falce di luna. I grandi cappucci coprivano quasi per intero i loro volti, ma Elliot imparò a distinguerli uno ad uno. Le loro altezze, i loro occhi, la loro postura, persino la forma delle loro mascelle.
Erano tutti in piedi su quel pavimento fatto da grandi lastroni di pietra. Si erano disposti a circonferenza. Ognuno aveva davanti un piccolo falò che illuminava la stanza proiettando le loro inquietanti ombre sulle pareti circostanti. Stavano tutti intorno ad un enorme cilindro, anch'esso di pietra, che sembrava uscire direttamente dal terreno. Era poco più alto di loro e c'erano dei simboli strani incisi sopra. Un testo molto fitto in una lingua sconosciuta formava una stretta spirale che ricopriva tutta la superficie della roccia.
Nonostante sapesse che nella stanza ci fossero un totale di quindici persone compreso lui, dalla sua posizione Elliot riusciva a vederne solo otto. Erano tutti ragazzi tranne la persona che stava alla sua sinistra. La tunica abbastanza aderente tradiva le sue forme femminili. Il suo sguardo era spaventato ma, a differenza degli altri, non provava astio nei suoi confronti. Nell'unico istante in cui i loro occhi si incrociarono gli concesse anche un abbozzo di sorriso.

Si presero tutti per mano formando un cerchio perfetto. Erano tutti terrorizzati. Anche Elliot sentiva quel bruciore alla bocca dello stomaco. Quella sensazione di ansia che ti toglie il respiro. Eppure in lui c'era anche qualcos'altro che col tempo identificò come senso del dovere. C'era anche una punta di orgoglio. Piccola, insignificante e sommersa dal terrore, ma c'era. Fu proprio quella piccola scintilla in fondo al suo cuore che gli diede la forza di alzare lo sguardo verso la pietra ed iniziare a leggere.
L'inizio del testo era proprio di fronte a lui e, cosa inspiegabile, si rese conto di essere in grado di capire cosa ci fosse scritto. Riusciva ad associare dei suoni, anch'essi incomprensibili, a quei simboli sconosciuti. Dalla sua bocca si levò una lenta litania che lasciava un sapore amaro sulla lingua. Man mano che andava avanti nella lettura, si accorse che la pietra aveva inizato una lenta rotazione su se stessa che gli permetteva di avere sempre cose nuove da leggere di fronte a se. Quando l'inizio del testo passava davanti ad uno dei suoi compagni, anche questo iniziava a leggere. Quindici litanie tutte uguali, con la stessa cadenza e con la stessa velocità, ma ognuna sfasata dalle altre di pochi secondi. Tutte quelle voci insieme si mischiavano rendendo le parole ancora più incomprensibili.
Ogni volta che terminavano di leggere, ricominciavano da capo. Ad ogni giro, la pietra accellerava la sua rotazione. Sempre più veloce. Elliot faceva quasi fatica a distinguere le parole sulla pietra, ma ormai le sapeva a memoria. Il canto continuava ininterrotto. Sempre più misterioso e terribile.
Un leggero venticello sembrò alzarsi nella stanza. I quindici falò iniziarono a bruciare con più intensità. Le fiamme divennero alte quanto i ragazzi che vi stavano di fronte. La legna si consumò completamente in pochi istanti. Le fiamme si spensero all'improvviso, ma la luce rimase. Sempre più forte. Intensa. Accecante. Grandi scariche elettriche avvolgevano il cilindro di pietra. La litania rimase costante ma venne coperta dal sibilo della pietra che strideva sul terreno.
Il cilindro era ormai un unico ammasso di luce. Sporadiche scariche si staccavano dal centro e andavano a colpire gli archi della cupola formando degli strani giochi di luce. Il volume della litania si alzò per sovrastare il rumore. Dal cilindro partirono quindici fasci di luce che colpirono in pieno petto i ragazzi. La luce divenne assoluta. Totale. Le coscienze si fusero in un unico agglomerato di energia. E poi più nulla. La luce sfumava. L'oblio sopraggiungeva. Maestoso e avvolgente. La sensazione di vittoria segnava il momento del risveglio.

Quella mattina l'inquietudine era più forte del solito. Elliot si sentiva nervoso. Irascibile. A colazione quasi non rivolse la parola a nessuno. Quando suo fratello Edward gli lanciò un giocattolo per attirare la sua attenzione, gli urlò con così tanta cattiveria che lo fece mettere a piangere. Quando Harry apostrofò il suo comportamento inappropriato, Elliot si limitò a bofonchiare delle scuse per poi alzarsi e andarsene.
Gli dispiaceva per come aveva reagito, ma non era riuscito ad evitarlo. C'era qualcosa di sbagliato in quella giornata che lo metteva a disagio. Sentiva l'adrenalina invadere il suo corpo. Era arrabbiato senza motivo. Quando il bulletto della scuola, quel Mallory, venne ad attaccar briga, Elliot sfogo tutta la sua rabbia. Assestò un pugno sulla guancia del ragazzo con tutta la forza che aveva in corpo. Provò un piacere immenso e sbagliato nel vederlo sputare un dente. Si sarebbe avventato anche su Coso e Cosetto se non fosse arrivato il professor Stevens a fermarlo.
Il suo odio silenzioso continuò tutto il giorno. Quando poi si ritrovò faccia a faccia con Mallory nell'aula punizioni non lo degnò neanche di uno sguardo. Il suo nervosismo gli permise anche di essere cinico e sarcastico con Lara, di solito era il contrario. Provò di nuovo quel piacere distorto ad umiliarla davanti al professore. Riuscì persino a strappare un mezzo sorriso a Mallory. E poi accadde. Gli altri discutevano animatamente su Casale Spavento. Decidevano se era il caso di organizzare lì la festa di Halloween, quando Lara e Mallory si misero a litigare. In un flash Elliot rivide la stanza. Le quindici persone. Sentì quella litania nelle orecchie. Chiuse gli occhi con forza per cacciare via quell'immagine. Nella sua mente regnava la confusione, ma una voce era distinguibile. Sovrastava le altre. Era sua madre. Un ricordo di un paio di settimane prima. Il giorno in cui i sogni erano iniziati, sua madre a cena aveva parlato di Casa Madison. Casale Spavento. Prima di addormentarsi il suo ultimo pensiero fu che aveva le chiavi di quella casa.
Evidentemente aveva ripetuto quel pensiero a voce alta, perché tutti si erano zittiti e lo fissavano. Mallory sembrava eccitato mentre Lara sorrideva un po' spaventata. Uscendo dall'aula Elliot fu raggiunto dal bulletto che non sembrava interessato a picchiarlo come suo solito. Voleva quelle chiavi e lui gliele avrebbe dovute fornire.

La sensazione di inquietudine si faceva più forte ogni minuto che passava. Corse dal suo amico Peter per chiedere aiuto. Aveva bisogno di sfogarsi. Aveva bisogno di sostegno. Tutta l'adrenalina che aveva in corpo si sprigionò nell'atto della corsa. Una volta raggiunto l'amico quasi vomitò l'anima, ma si sentì meglio. Più calmo. Più sereno. Da sempre Peter gli faceva quell'effetto. Si sentiva completato. Lui era quello impulsivo mentre l'amico era quello razionale. Si misero d'accordo per vedersi quella sera. Peter non sembrava molto felice all'idea, ma Elliot sapeva che non lo avrebbe mai abbandonato nel momento del bisogno.
Con l'animo meno agitato e la mente più lucida, si rese conto che sì, la madre aveva le chiavi, ma questo non significava che lui potesse prenderle a sua discrezione. Avrebbe dovuto sottrarle di nascosto. E questo significava altri guai. Inoltre in quindici anni non aveva mai fatto niente del genere. Mai una volta aveva deluso i suoi genitori. La sensazione di inquietitudine tornò più forte di prima.
Quella sera a cena non alzò lo sguardo dal piatto, si sbrigò a finire di mangiare e sgattaiolò in camera sua. Aveva appuntamento alle nove con Peter. Erano le otto passate e lui non aveva la più pallida idea di dove iniziare a cercare. Qualcuno bussò alla porta. Due deboli colpetti. Doveva essere Edward che come al solito era in vena di scherzi. Aprì la porta controvoglia. Il fratello era lì davanti, silenzioso. Aveva lo sguardo basso. Indossava ancora il suo bavaglino e teneva per mano un orsacchiotto poco più basso di lui.
Elliot si spazientì in fretta. Edward non sembrava intenzionato a proferire verbo. "Che cosa vuoi?" lo incalzò. Il piccolo alzò gli occhi verso il fratello maggiore. Era triste, sul punto di piangere. Sembrava sconvolto. Alla fine si decise a parlare stringendo a sé il pelouche che aveva portato "Te ne vai?" chiese con voce quasi disperata. "No, non vado da nessuna parte, adesso se non ti dispiace dovrei fare i compiti" rispose asciutto Elliot. "No, non è vero, tu te ne vuoi andare. Me l'ha detto il tizio col cappuccio" il cuore di Elliot perse un colpo. Una tremenda sensazione di aridità alla bocca dello stomaco gli fece venire la nausea. "Q-quale tizio col cappuccio?" chiese con ansia. "Mi ha detto che avevi bisogno di queste" aprì la zip sul dorso dell'orsetto e ne estrasse un mazzo di chiavi con un portachiavi a forma di spirale "Vero che però poi torni?" concluse Edward trattenendo a stento le lacrime.
Suo fratello gli voleva bene. Gliene aveva sempre voluto. Era la sua ombra. Stimava Elliot come fosse un eroe e non voleva perderlo. Quel pensiero intenerì il ragazzo che si inginocchiò per avere gli occhi all'altezza di quelli del fratellino "Tornerò, te lo prometto" Edward ritrovò il sorriso e lanciò le braccia al collo del fratello stringendolo con tutta la forza che un bambino di quattro anni può avere. Quando si staccò lascio cadere le chiavi e scappò in camera sua.
Elliot raccolse il mazzo da terra e richiuse la porta. Fissò per qualche minuto il portachiavi a spirale. Un problema si era risolto da solo. Aveva come la sensazione che qualcosa di più grande avesse iniziato a muovere i fili della sua vita. Si distese un attimo sul letto per scacciare via quel pensiero.

Alle nove meno un quarto Elliot era pronto, aveva preparato lo zaino con il cambio per la notte. Aveva detto ai suoi che sarebbe andato a passare la notte da Peter. Cosa che avrebbe fatto subito dopo aver portato Mallory a Casale Spavento. Scese le scale con calma. Assaporò ogni gradino. C'era qualcosa dentro di sé che lo tratteneva a casa. Non voleva andare. Aveva paura.
Anna lo aspettava ai piedi delle scale. Gli aveva preparato un fagotto con gli avanzi della cena e alcune fette di torta. "Mamma, vado solo a dormire da Peter, non ne ho bisogno" provò a dire. Dopotutto non era la prima volta che andava a dormire dall'amico. Che bisogno c'era di portarsi da mangiare? "Beh, non si sa mai quello che può succedere" era visibilmente preoccupata, ma non sembrava volerlo fermare. Elliot quasi ci sperava. Forse se avesse detto qualcosa di cattivo la madre lo avrebbe messo in punizione e non sarebbe dovuto uscire. Non fece in tempo. Anna interruppe il flusso dei suoi pensieri "C'è tuo padre che ti vuole vedere. E' in laboratorio" disse "Ma io dovrei andare, c'è Peter che mi aspetta, poi i genitori si preoccupano" cercò di protestare "Ci vorrà solo un minuto vedrai" e si chinò a baciargli la fronte. Un bacio lungo. Sembrava spaventata. Anche lei. Cosa avevano tutti da essere spaventati. Era lui quello che doveva andare a Casale Spavento, non gli altri. Cercò di divincolarsi, abbozzò un sorriso e si diresse verso il garage.
Le luci del laboratorio erano spente. Elliot sentì alcuni rumori metallici provenire dal fondo. All'improvviso si accese una lampadina "Finalmente! Non riuscivo a trovare le lampadine nuove, quella vecchia si è fulminata" disse Harry "Mi volevi vedere?" chiese spazientito Elliot "Oh, si! Ho qualcosa per te". "Non potresti darmela domani? Adesso devo andare da Peter" guardò l'orologio da parete. Erano le nove in punto. Peter era già all'ingresso di Cherrydale ad aspettarlo e lui come al solito sarebbe arrivato in ritardo.
Harry ignorò l'impazienza del figlio. Tirò fuori dal cassetto quello che sembrava essere un vecchio orologio da taschino "Sai, è per via di questo che io e la mamma ci siamo conosciuti. Un giorno me ne stavo per i fatti miei quando uno strano ragazzo con un mantello mi venne addosso. Non si fermò neanche a chiedermi scusa. Questo orologio deve essergli caduto di tasca ma quando lo raccolsi era già sparito." accennò un sorriso con gli occhi carichi di nostalgia "Decisi di tenerlo come risarcimento!" sembrò volersi giustificare "Insomma me ne stò sul ponte di Hummingdale a giocherellare con questo coso che tra l'altro era pure rotto quando mi scivola dalle mani. In quel momento tua madre passava lì sotto e la presi proprio in testa" Elliot voleva che il vecchio tagliasse corto, ma dalla felicità con cui raccontava non sembrava intenzionato a farlo. "Devo averle rotto qualcosa in testa quel giorno, altrimenti non si spiega il perché abbia accettato di sposarmi!" era quasi commosso da quel ricordo.
"Vorrei che lo prendessi tu! Spero che ti porti la stessa fortuna che ha concesso a me!" Elliot non sapeva che dire. Non gliene fregava niente di quel ninnolo. Voleva solo chiudere quella storia. O gli impedivano di uscire, o lo lasciavano andare. Cobtinuare a torturarlo in quella maniera non aveva senso. Si limitò a sorridere e a ringraziare. Infilò di fretta l'orologio nella borsa e si incamminò verso la porta. "Fai attenzione e in bocca al lupo!" furono le ultime parole di Harry "Ma cosa avete tutti stasera? Sto solo andando a dormire da Peter" sbottò spazientito, ma Harry si limitò a sorridire. Elliot gli rispose tra sé e sé "Crepi!"

Peter non protestò per il ritardo dell'amico. Probabilmente se lo aspettava. La strada verso Casale Spavento fu accompagnata dal silenzio e dal buio. Per la prima volta in vita sua fu grato per la presenza di Mallory. Aveva portato una torcia. A lui proprio non era venuto in mente. Lara lo guardò con superiorità mentre estraeva la sua. Elliot si chiese per l'ennesima volta perché ce l'avesse tanto con lui. Non gli sembrava di averle fatto niente di male.
La casa era buia e fredda ma si sentiva tranquillo. O almeno così fu finché non si accorse che Peter era sparito. Si girò a cercarlo con lo sguardo, ma era troppo buio. Cercò di fermare gli altri per andarlo a cercare, ma quando si voltò gli si materializzò davanti un'enorme colonna di luce. Una nebbia fitta e dorata che iniziò a corrergli incontro. L'urlo esplose dalla sua gola. Lara e Mallory si voltarono per cercare di capire cosa fosse successo. Elliot era paralizzato dallo spavento. Fu Mallory a riscuoterlo urlandogli "Corri!".
I tre si ritrovarono a scappare compatti verso l'uscita. Elliot si voltò a cercare di identificare il loro inseguitore e si accorse che Peter era ricomparso dietro di loro. Come se non se ne fosse mai andato. Corsero a perdifiato cercando di evitare tutti quei cosi, quei, beh, fantasmi, come altro chiamarli. La luce era intensa e tutta intorno a loro. Elliot non capiva più quanti ce ne fossero di questi fantasmi e dove si trovassero. Si accorse a malapena di essere stato sorpassato da Peter. Se ne rese conto quando lo vide spiccare un balzo. E poi il vuoto. Si sentì mancare la terra sotto i piedi. Cadde.
Fu una cosa veloce, quasi indolore. Era finito su Mallory che col suo giaccone di piume d'oca gli aveva attutito l'impatto. Cercò di rialzarsi quasi subito ma fu investito da un flusso di nebbia che andò a riempire tutta la stanza. Rimase immobile. Di nuovo. Completamente terrorizzato.

La camera nella quale erano finiti aveva qualcosa di familiare. Prima che riuscisse ad identificare cosa, la voce di Peter richiamò la loro attenzione. Lo mandarono a cercare aiuto, era l'unico ad essersi salvato ed era la loro unica speranza. Quando il ragazzo si allontanò si preoccuparono di Lara. Era stata la prima a cadere nel buco. Doveva essere atterrata malamente perché aveva una gamba visibilmente rotta.
Mallory le si avvicinò e cercò di farla riprendere senza successo. Si rivolse ad Elliot "Dobbiamo sistemarle la gamba e steccargliela" disse "Ma io non so come si fa" rispose il ragazzo intimorito. "Non ti preoccupare, tu raccogli un po' di quei rami" disse indicando il punto dove la terra aveva ceduto ed era franata dentro la stanza "Io cerco di farla rinvenire".
Mallory sembrava tranquillo. Lucido. Sapeva ciò che andava fatto e si muoveva con disinvoltura. Elliot per la seconda volta fu contento della presenza dell'altro. Lara riprese conoscenza all'improvviso, come se si fosse appena risvegliata da un incubo. "Stai calma, va tutto bene" gli fece Mallory, poi, rivolgendosi sotto voce ad Elliot "Cerca di distrarla, devo addrizzarle l'osso e non le farà molto piacere."
Elliot si inginocchiò vicino alla ragazza. Era spaventata, con i capelli in disordine, doveva aver perso gli occhiali nella caduta. Elliot non aveva mai fatto caso a quanto fossero belli gli occhi di Lara. Un verde intenso. Smeraldo. Sentì il suo profumo. Non erano mai stati così vicini. "Stai tranquilla, va tutto bene. Domani sarai di nuovo pronta a stracciarmi in ogni competizione." Lara sorrise. Dolcemente. Le sue labbra piccole si assottigliarono nel gesto e due fossette si disegnarono sulle sue guance morbide. Arricciò il nasino a punta e disse "Come sempre!" Era bellissima. Elliot si sentì avvampare. Poi l'espressione della ragazza si incrinò. Lo sguardo divenne vitreo. il dolore si dipinse sul suo volte che improvvisamente divenne rosso. Il rumore sordo dell'osso che Mallory aveva sistemato aveva rimandato Lara nel regno dell'incoscienza. Svenuta di nuovo. "Quando hai finito di ansimare sulla tua bella avrei bisogno del tuo aiuto. Dobbiamo costruirle una barella".
Mentre Mallory steccava la gamba di Lara, Elliot si occupava di intrecciare i vari rami per formare una lettiga. Era un'impresa difficile, un po' perché i rami tendevano a spezzarsi facilmente, un po' perché Elliot continuava a distrarsi pensando al sorriso di Lara. Il loro odio era reciproco e intenso, non capiva perché quel sorriso continua ad ingarbugliargli la mente.
Mallory raccolse le radici più esili e morbide per usarle come corde per legare la lettiga. Provarono a sollevarla insieme per valutarne la consistenza. Sembrava solida. La appoggiarono al fianco di Lara. Mallory si avvicinò ai piedi della ragazza e li sollevò delicatamente. Fece cenno ad Elliot di fare altrettanto con le sue spalle "Al mio tre la solleviamo e la spostiamo sulla barella" Elliot annuì "Uno, due, TRE!" All'unisono sollevarono Lara e la spostarono di pochi centimetri adagiandola sulla lettiga.
Provarono a sollevare lentamente la barella per vedere se era in grado di sostenere il peso della ragazza. Ondeggiando però rischiarono di farla cadere. "Dovremmo legarla" fece Elliot "E come?" chiese Mallory. Non c'era sarcasmo nella sua voce. "Potremmo usare le cinture dei nostri pantaloni" propose Elliot "Si può fare" concesse Mallory.
"Non ti facevo così in gamba" Elliot era visibilmente ammirato dal comportamento lucido di Mallory "Ci sono abituato. Mi piace aggiustare le cose" rispose il bullo. I due si sorrisero. In quel momento fece ritorno Peter portandosi dietro il professor Stevens.

Non era sicuro che chiamare il professor Stevens fosse stata una buona idea, ma almeno c'era qualcuno che li poteva aiutare. Inoltre Mallory sembrava avere tutto sotto controllo. Così Elliot si rasserenò un po'. Il suo sguardo tornò a vagare per quella stanza a forma di cupola. Quattro archi che si incrcoiavano. Una piccola porta murata sul lato di sud-est. Mancava solo il cilindro al centro. Come poteva essere possibile? La stanza che sognava ogni notte era lì, sotto i suoi occhi. Reale. E se la stanza era reale, anche il suo sogno doveva esserlo. Eppure lui era sicuro di non essere mai stato lì dentro. La quantità immane di ragnatele in giro per la stanza confermavano l'idea che nessuno avesse visitato quel luogo per secoli. Si chiese come mai mancasse il cilindro di pietra e quasi di istinto si avvicinò al centro della stanza. Notò un piccolo foro circolare poco più grande di un pugno. Forse il perno sul quale girava la pietra. Del cilindro non c'erano tracce, neanche i segni sul terreno che indicassero il suo spostamento. Tutti i lastroni di pietra che formavano il pavimento erano circolari e concentrici. Questo poteva aver mascherato i segni della rotazione, ma un macigno di pietra di quella portata dove aver lasciato delle tracce mentre veniva spostato.
Mallory richiamò l'attenzione di Elliot. Dovevano legare la corda portata da Peter intorno alla lettiga. Elliot non sapeva da dove iniziare, ma Mallory sembrava preparato anche su quell'argomento. Si limitò a seguire scrupolosamente le sue indicazioni.
Mentre Peter e il professore tiravano verso l'alto la barella, Lara riprese conoscenza. Sembrava spaventata. Continuava a ripetere "Cede di nuovo! Cede di nuovo". Quando Elliot capì a cosa si riferisse fu troppo tardi. La terra ricominciò a franare e i due soccorritori caddero nel buco. Elliot e Mallory riuscirono a prendere al volo la lettiga e a spostarla in modo da evitare altri incidenti alla povera Lara. I due nuovi arrivati rallentarono la loro caduta tenendosi saldamente alla corda, ma il dolore causato dall'attrito fece perdere la presa a Peter che rovinò a terra.
Dalla tasca della giacca del ragazzo uscì un disco. Un pezzo di pietra che rotolò per tutta la stanza fino a raggiungerne il centro. Sembrava guidato da una forza estranea. Forse dalla stessa nebbia luminosa che riempiva la stanza. Andò ad incastrarsi alla perfezione nel foro che Elliot aveva notato.
Il pavimento iniziò a tremare "Ma che diavolo succede" imprecò Mallory. Al centro della stanza una parte del pavimento iniziò a sollevarsi. Salì per un paio di metri rivelando un grosso cilindro di pietra. Ora il ricordo che Elliot aveva di quella stanza era completo. Si alzò d'istinto e si avvicinò alla roccia. Da dietro qualcuno chiese cosa fosse quella pietra e da dove saltasse fuori. Elliot ignorò il gruppo e raggiunse il centro della stanza quasi ipnotizzato. Appoggiò la mano sulla fredda roccia e con un dito seguì i solchi formati da quegli incomprensibili simboli. Si sentì strano, come svuotato. Sentì quella litania dentro la sua testa. "Ma che stai dicendo?" La voce di Mallory gli arrivò lontana e ovattata. Le parole della cantilena uscivano dalla sua bocca da sole. La mente si fece leggera. La nebbia iniziò a turbinare dentro la stanza. I simboli incisi sulla roccia iniziarono ad illuminarsi di una sfumatura verde.
Luce.
Tutto fu luce. le voci sparirono. Una sensazione di tepore riempì la mente dei presenti. La luce si fece intensa. Liquida. Tutti ne furono avvolti.
E poi fu di nuovo l'oblio.


martedì 23 novembre 2010

Personaggi

Con questo capitolo abbiamo terminato il giro di presentazioni. Almeno per quanto riguarda i buoni.
Mi sono reso conto che ogni capitolo sembra un episodio di Lost, con un pizzico di trama e due ore di flashback. Però temo che questo sia il mio stile e pertanto dovrete sopportarlo :D
Non sarà sempre così, ma quando voglio che il lettore capisca i motivi di un determinato evento, ho bisogno di partire da Adamo ed Eva. Ritengo che il background sia più importante della storia stessa: se i personaggi non si reggono in piedi, come potrà farlo la trama?
Comunque adesso ci attendono un paio di capitoli di pura trama dove finalmente vedremo l'incontro tra Kaila ed Elliot e dove cercherò di dare inizio a quella che sarà poi la storia che voglio raccontare.
Alla fine sono abbastanza sicuro di aver delineato bene il carattere dei vari personaggi, forse un po' meno il loro aspetto fisico (Kaila la descriverò a breve, o meglio, lo farà Mallory XD). L'unico che credo di aver tratteggiato meglio dovrebbe essere Stevens, ma d'altra parte è l'unico basato su una persona reale. Questo ha facilitato non poco la descrizione ^_^

Buona lettura


Fallimenti

L'ultima volta che l'aveva vista, Claire stava uscendo da quella porta. Senza urlare. Senza entusiasmo. L'aveva aperta con delicatezza come quando si cerca di non svegliare qualcuno rientrando in casa. Solo che lei se ne stava andando, e sarebbe stato per sempre. Il suo sguardo continuava a vagare distrattamente per la stanza, come per dire addio a tutte quelle cianfrusaglie che col tempo aveva imparato ad amare. Una fuga calma, quasi al rallentatore. L'ultima occasione che inconsciamente stava concedendo a lui, Eric, di rincorrerla, di fermarla, di impedirle di fare quell'ultima sciocchezza. Eric se ne rimase seduto sulla sua poltrona con lo sguardo fisso a terra, la testa fra le mani a contemplare il suo ennesimo fallimento.
L'aveva conosciuta ad una festa. Una delle tante che ciclicamente infestavano la palestra della scuola. Una di quelle alla cui organizzazione partecipava per tenere la mente occupata. Per non pensare troppo. Lei era la nuova infermiera, assunta da poco più di una settimana. Avevano fatto anche una riunione in sala professori per presentarla, a cui però l'impegnatissimo professore di Scienze non aveva potuto prendere parte.
Claire si era offerta di aiutare nella preparazione dei festoni. Rose. Ecco cos'erano. Era la festa delle Rose. Quindi ad occhio e croce doveva essere la prima settimana di aprile. Lei si era appena trasferita in città. Era al suo primo incarico di lavoro e, come tutti quelli che iniziano una nuova avventura, vi aveva infuso ogni sua energia. Sarebbe esplosa entro breve se non si fosse data una calmata. Eppure c'era qualcosa di strano in lei, qualcosa di esotico.
La sua giovane età e la sua aria innocente la facevano sembrare più una studentessa che una professionista. Aveva uno splendido sorriso e sembrava divertirsi davvero mentre ritagliava il cartoncino rosso per creare delle decorazioni a forma di bocciolo di rosa. I suoi lunghi capelli biondi le coprivano il viso, aveva dei bellissimi occhi del colore dell'oceano. Eric iniziò ad avvicinarsi a lei senza quasi accorgersene. Facendo finta di controllare l'andamento dei lavori. Uno sguardo a destra, uno a sinistra e uno su Claire. Un passo, un altro passo.
Uno studente con un grosso cesto pieno di materiali lo intruppò da dietro, per un attimo perse l'equilibrio e andò ad appoggiarsi di peso sul banco sul quale l'infermierina stava lavorando. Lei alzò lo sguardo per vedere cosa accadeva e lui si affrettò a scusarsi: "Oh, mi scusi... non volevo... è che uno dei ragazzi..." lasciò cadere la frase cercando di trovare con lo sguardo lo studente che lo aveva colpito. Una scusa per evitare il suo sguardo diretto "Non si preoccupi, succede" rispose lei gioviale "Io ho le gambe piene di lividi" continuò mimando il gesto di massaggiarsi il polpaccio "Lei deve essere il professor Stevens! Non avevamo ancora avuto modo di conoscersi".
"Mi chiami pure Eric" si affrettò ad aggiungere. "Va bene Eric, io mi chiamo Claire" rispose lei allungando la mano per stringere quella del professore. Si erano conosciuti.

Da quel giorno ogni scusa era buona per stare insieme. Parlavano, ridevano, si punzecchiavano. La sera della festa lei venne ad invitarlo a ballare. Eric non era sicuro di ricordarsi come si faceva. Era abbastanza certo di averle pestato i piedi almeno un paio di volte, ma lei non lo aveva dato a vedere. Troppo persa nei suoi occhi per preoccuparsi del mondo circostante. Il classico colpo di fulmine. Non che Eric ci credesse, eppure non sapeva che altra spiegazione darsi.
La loro storia iniziò quel giorno. Fu intensa come un incendio. E con altrettanta velocità si spense. La colpa era sua, Eric ne era consapevole, ma non riusciva a farci niente. Non era in grado di impegnarsi. A dire il vero non era in grado di prendere alcun tipo di decisione. Claire era stata molto paziente con lui. Gli aveva lasciato i suoi tempi, i suoi spazi. Eric non aveva fatto altro che crearsi un muro intorno, fatto di tristezza ed autocommiserazione. Aveva commesso degli errori nella sua vita. Tanti errori. Ma questo non voleva dire essere perduti. Claire aveva cercato di farglielo capire, ma lui non era riuscito a lasciarsi andare. L'aveva chiusa fuori dal suo mondo, e lei se n'era andata. Per sempre. Non avevano neanche litigato. Erano semplicemente diventati due persone che non si capivano, che non si conoscevano.
Lei era uscita da quella porta e lui non l'aveva fermata e ora, dopo tre giorni, era ancora lì a chiedersi il perché della sua inettitudine. Seduto su quella stessa poltrona a fissare la porta della sua casa, Eric aspettava. Non sapeva cosa di preciso, ma ogni sera rimaneva ore seduto ad aspettare il momento in cui la sua vita sarebbe cambiata. D'altra parte era così che il professor Stevens viveva le sue giornate. Rimaneva immobile aspettando i cambiamenti, in balia degli eventi. Senza mai fare nulla per lasciare il segno, per cambiare le cose, per raccogliere le redini della sua esistenza.

Si alzò per riempirsi un bicchiere di scotch. Era un gesto meccanico, l'unico che avesse mai appreso da suo padre. Lui, il grande ricercatore. Lui, il docente universitario più stimato. Sempre in giro per tenere conferenze e simposi. Mai un momento da dedicare alla famiglia. Non si fece neanche vivo al funerale di sua madre. Non aveva mai avuto una parola di conforto per il figlio. Mai un incoraggiamento ne un apprezzamento. Neanche il giorno della sua laurea. Meccanica quantistica, la stessa di suo padre.
Probabilmente Eric avrebbe avuto un brillante futuro se avesse accettato di vivere all'ombra dell'uomo che lo aveva generato. Un giorno avrebbe anche potuto succedergli, e magari quel giorno avrebbe ricevuto anche la tanto agognata approvazione da parte del suo vecchio. Ma lui era un fallito, glielo aveva ripetuto sempre. Ogni volta che aveva avuto un dubbio, un'incertezza, dal padre non aveva ricevuto altro che quell'epiteto: Fallito. Ormai ci credeva, si era convinto che dalla vita non poteva ottenere di meglio. Decise pertanto di comportarsi di conseguenza. Di fuggire da quell'ombra che lo asfissiava e di andarsi a nascondere lontano. Fece richiesta per diventare insegnante e fu mandato al McFrancis. Da li non era più scappato.
Mentre si versava quell'ennesimo bicchiere, si guardò allo specchio. Quei profondi occhi marroni troppo scavati dall'amarezza. Quei capelli castani che aveva tagliato e riempito di gel per darsi un aspetto più giovanile, per stare al passo con Claire. Si era lasciato anche un accenno di basette, che però ora iniziavano a confondersi con la barba incolta. Gli zigomi, quelli li aveva ereditati dalla madre. Pieni e morbidi. Ogni volta che sorrideva la rivedeva, la ricordava. Aveva le guance un po' incavate, erano giorni che non mangiava, inoltre la barba accentuava le ombre sul suo volto dandogli un aspetto ancora più emaciato.
Si accarezzò la barba e sentì la ruvida peluria grattargli sul palmo della mano. Si sentiva stanco. Di se, della sua vita, del suo carattere. Tornò alla sua poltrona, col suo scotch, con la sua tristezza. Si rimise ad aspettare.

L'attesa terminò all'improvviso. Una raffica di colpi secchi si schiantò contro la sua porta. Chiunque fosse doveva avere fretta, perché dopo aver selvaggiamente picchiato la porta, si accanì contro il campanello. Eric si riscosse dal suo torpore e cercò di alzarsi, si sentiva un po' brillo e si accorse di avere un impellente necessità di andare in bagno. Si assicurò di essere completamente vestito. Pantaloni e camicia erano al loro posto, un po' sgualciti ma ancora presentabili, la cravatta era allentata ma ancora al suo collo. "Un attimo! Arrivo!" urlò al suo assalitore. Poggiò il bicchiere sul tavolo e si avviò alla porta con passo incerto. Il pavimento freddo gli ricordò che era scalzo, ma non se ne curò. Non gli andava di cercare le scarpe, e se avesse fatto aspettare ancora il suo ospite inatteso avrebbe rischiato di ritrovarsi senza più una porta da aprire.
Trovò più difficile del solito sbloccare il chiavistello. Forse avrebbe dovuto evitare gli ultimi due bicchieri di scotch. Quando alla fine riuscì ad aprire la porta, un ragazzino si proiettò letteralmente nel suo soggiorno. Era uno dei suoi studenti, non uno di quelli più brillanti, ricordava di averlo visto spesso in compagnia di Summer, il suo pupillo. Sembrava spaventato e accaldato. Da quel che ricordava doveva far parte della squadra di atletica, quindi tutto quell'affanno era un po' strano. Gli ci volle un po' per riuscire a riprendere fiato, soprattutto perché continuava ad articolare parole confuse e incomprensibili.
Eric cercò di farlo sedere ma lui non volle "Dobbiamo andare! Lei deve venire con me!" continuava a ripetere. "Andare dove? Che ti è successo". Il ragazzo rifletté un attimo prima di parlare di nuovo, come se stesse cercando una scusa valida. Ne approfittò anche per riprendere un po' di fiato. "Stavamo facendo... una passeggiata... si, stavamo passeggiando nel bosco di Plumdale quando si è aperta una voragine" mimò l'ampiezza del buco con le mani e si assicurò guardando le sue braccia di aver preso bene le misure. "Io mi sono salvato, ma Elliot, Mallory e Lara sono caduti dentro."

Si, certo, una passeggiata. Proprio vicino al casale nel quale gli aveva intimato di non andare quel pomeriggio nell'aula di punizione. Si massaggiò le tempie per decidere il da farsi. Questa volta era facile. Bastava chiamare un'ambulanza, se ne sarebbero occupati loro. "Si, si! Chiami l'ambulanza, ma non possiamo aspettare, Lara si è fatta male, bisogna tirarla fuori." Si picchiettò la testa e strizzò gli occhi. Cercava di recuperare un ricordo "Ah già, Mallory dice di portare una corda!"
Una corda? Cosa si aspettavano che facesse? Notò che il ragazzo, dovrebbe chiamarsi Peter, una volta consegnato il messaggio si era un po' calmato. I suoi occhi avevano iniziato a vagare per la stanza. Eric si sentì in imbarazzo per il disordine e per la trascuratezza che trasudavano dalle pareti di quella casa. Decise di accontentarlo non tanto perché lo desiderasse, quanto per evitare che quello sguardo curioso si trasformasse in uno sguardo di biasimo. Non sarebbe stato in grado di tollerarlo, non da un suo studente. Era più che sufficiente quello che ogni mattina vedeva riflesso nel suo specchio.
Corse in camera a recuperare le scarpe e la sua giacca di tweed. Mentre raggiungeva Peter si ricordò di non aver preso le chiavi della macchina. Fece per tornare indietro e passò davanti allo specchio. Si guardò, quasi di sfuggita, e non si riconobbe. Era contento di aver qualcosa da fare per non pensare ai suoi problemi, ma questo non giustificava ciò che lo specchio gli stava riflettendo. Sembrava felice. Col suo vestito indosso, con la sua cravatta annodata, coi suoi capelli dritti per via del gel. Un'altra persona rispetto al volto disfatto che aveva intravisto nello specchio solo pochi minuti prima. Si guardò ancora un attimo e si sorrise.

Disse al ragazzo dove poteva prendere una corda. Il garage era aperto e poteva tranquillamente servirsi da solo. Eric intanto spense le luci, rimise il tappo alla bottiglia di scotch e si avviò. Quando chiuse la porta provò una strana sensazione. Per un attimo appoggiò una mano sul quella solida superficie, probabilmente ciliegio. Sentì le venature del legno che correvano sotto la sua mano. Aveva costruito un muro intorno alla sua vita, e in quel momento sentiva di essersene chiuso fuori. Non sapeva perché, ma sentiva che non avrebbe mai più varcato quella soglia.
Una ventata d'aria lo riportò alla lucidità, si riscosse dal suo sogno ad occhi aperti e si diresse alla macchina. Peter era lì che sistemava la corda arrotolandola intorno al suo avambraccio. Salirono in macchina ed Eric mise in moto. "Dove dobbiamo andare di preciso" chiese "Lungo questa strada, a non più di tre chilometri, c'è una specie di incrocio... " Eric aveva capito, dopotutto quella strada la faceva tutti i giorni.
Decise di non chiedere nulla al ragazzo del perché si trovavano lì, lo sapeva già. Non aveva voglia di sgridarlo. Non lui che probabilmente in quella casa c'era stato solo trascinato da Elliot. In parte poi si sentiva responsabile. Quando era uscito dall'aula di punizione, quel pomeriggio, sapeva che i tre ragazzi non avrebbero dato peso alle sue parole. Ma come al solito non aveva saputo imporsi. Aveva preferito che fosse il preside a decidere cosa fare. Che razza di professore non è in grado di gestire una situazione così semplice? Eric si sorprese a pensare che dopotutto suo padre non aveva tutti i torti.

Durante tutto il tragitto provò a chiamare un'ambulanza ma sembrava che qualcosa disturbasse il segnale del suo telefonino. Arrivarono in pochi minuti sul luogo indicato da Peter. Lasciarono la macchina e si incamminarono nel folto del bosco. C'era un silenzio innaturale e da non molto lontano arrivava il riverbero di una fioca luce. Camminarono per diversi minuti lungo il pendio della collina. Peter sembrava riuscire ad individuare con facilità ogni ostacolo che si parava sulla via. Ogni tanto diceva ad Eric dove rischiava di inciampare su una radice di quercia o dove un sasso particolarmente grande rischiava di farlo scivolare.
Man mano che si avvicinavano al luogo dell'incidente il chiarore si faceva sempre più forte. "Da dove viene questa luce?" provò a chiedere all'altro "Dal buco" fu l'unica risposta che accennò il ragazzo. Probabilmente avevano delle torce ed erano finite nella voragine. Solo quando furono sul posto capì realmente il significato di quella risposta. La voragine si era aperta su una specie di camera sotterranea. Una cupola molto grande, con quattro archi molto ampi che si incrociavano al centro e sostenevano l'intera struttura. La cosa più incredibile era proprio quella luce. Sembrava che le pareti trasudassero una specie di nebbiolina dorata che illuminava tutta la camera. Uno spettacolo meraviglioso.
Quando li videro, Elliot e Mallory esultarono. Tirarono entrambi un grosso sospiro di sollievo e sorrisero. Se qualcuno gli avesse detto che quei due si erano picchiati quella mattina, probabilmente non ci avrebbe creduto. Avevano costruito una sorta di barella con rami secchi e radici di alberi che dovevano essere finiti nella cupola al momento del crollo. Lara era semi-cosciente, muoveva la testa e farfugliava parole incomprensibile. Almeno era viva. I due l'avevano bloccata sulla barella con le cinture dei loro pantaloni. Tutto sommato avevano fatto un buon lavoro perché la soluzione sembrava solida e stabile.
"Avete portato la corda?" chiese Mallory "Si" fece Peter mostrandogliela "Bene, legate un capo ad un albero e lanciateci l'altro." Qualcuno lì in mezzo sembrava perfettamente in grado di prendere decisioni, quindi Eric si rilassò ed eseguì l'ordine. Una volta calata la cima, Elliot la legò ai piedi della lettiga di Lara avendo cura di farne avanzare un bel po'. La fecero passare sotto i rami secchi e legarono anche l'altro lato della barella. Infine Mallory annodò l'ultimo pezzo di corda rimasto libero alla parte iniziale della stessa formando un triangolo. Una sorta di altalena che avrebbe permesso ad Eric e Peter di tirare su la ragazza.
Elliot e Mallory aiutarono i due sostenendo il peso della ragazza finché l'altezza glielo permise. Lo sforzo era enorme, ma i due sembravano essere in grado di sostenerlo. La corda faceva male sui palmi delle mani, ma resisterono e continuarono a tirare.
Tirarono.
Tirarono.
Tirarono.
Il terreno cedette. Di nuovo.


giovedì 18 novembre 2010

"Corri!"

Il vento aveva smesso di soffiare. Un tiepido sole autunnale irradiava i suoi tenui raggi di metà pomeriggio. La tensione era palpabile. Anche le poche persone accorse a vedere la gara avevano smesso di parlottare tra di loro. Un silenzio innaturale spezzato solo dal rumore lento e pacato del battito cardiaco. Quello che si sente pulsare sul timpano quando l'emozione raggiunge l'apice. Tump. Peter era abituato a quel tipo di emozione. Sapeva come controllare l'ansia e la paura che puntualmente si presentano all'inizio di una competizione. Tump. Lunghi respiri profondi che inebriavano la mente. Sempre più lunghi. Tratteneva l'aria nei polmoni finché l'esigenza di espellerla non diventava una necessità. Tump. La mente si sgombrava e il cuore si calmava. Rallentava. Come un guerriero alla vigilia di una battaglia. La quiete prima della tempesta. Tump. Una goccia di sudore scese dalla sua fronte. Il rumore del mondo si annichilì. I contorni si sfocarono. C'era solo una lunga striscia rossa davanti a lui, con il suo odore di terra battuta, erba e sudore. Due linee bianche delimitavano tutto il suo mondo. Quello che accadeva al di fuori di quei confini sfumava nel nulla. Tump. Con gli occhi chiusi cercò di sentire tutto il suo corpo. Ogni sua fibra. Ogni suo nervo. Tump. Sapeva che il giudice di gara stava alzando la mano per dare lo start, ma rimase con gli occhi sbarrati. Tump. Nella sua mente si formò l'immagine del percorso. Tump. Visualizzò la vittoria. Tump. Il suo battito accelerò. Bang.
I piedi scattarono uno davanti all'altro come in una danza armonica. Passo, battito, passo, altro battito. Peter aprì gli occhi e la luce che lo investì gli riempì l'anima. Sulla sua iride dorata si riflesse il disegno del traguardo. Passo, battito, passo, altro battito. La corsa era l'unica cosa che gli dava gioia. Sentire l'adrenalina che si infondeva in ogni suo muscolo. I pori della pelle che si dilatavano. Il respiro regolare ma intenso. Passo, battito, passo, altro battito. Il vento premeva sul suo volto color ebano, scivolava sulla sua cute rasata e lo abbandonava come un sussurro. Passo, battito, passo, altro battito. La velocità era tutto, ogni singolo movimento era perfettamente sincronizzato. Quello che accadeva al di fuori della sua corsia continuava a sfumare, ma Peter sapeva di aver già distanziato i suoi avversari di almeno tre passi. Lo sentiva nelle vibrazioni del terreno. Sapeva dove ognuno di loro si trovava: tutti saldamente dietro di lui. Passo, battito, passo, altro battito. Aveva imparato a correre da bambino. Non l'aveva mai fatto per scappare, ne per giocare. Sapeva sempre dove voleva arrivare e faceva di tutto per arrivarci nel minor tempo possibile. La forza che gli si sprigionava dentro era la sua droga. Sentire i suoi limiti che si infrangevano come ostacoli di carta lo inebriava di energia. Passo, battito, salto. Il rumore del nastro di carta che si strappava al suo passaggio segnava la fine dei suoi sforzi. Il mondo riacquistò le sue sembianze. Suoni, forme e colori ripresero ad esistere al di fuori della sua corsia. Peter aveva trovato nella gara dei 100 metri la sua ragion d'essere. Non aveva mai perso, neanche questa volta.

Come ogni volta, al termine della gara, l'allenatore della sua squadra gli corse incontro per festeggiarlo. Altrettanto fecero i suoi compagni. Tutti legati da una comune anima sportiva che li rendeva uniti come una famiglia. Nelle gare non esiste un 'Io', esisto solo il 'Noi'. Anche questo rendeva l'agonismo più piacevole. Il senso di appartenenza a qualcosa di più grande dava a Peter la carica per affrontare il mondo. Sempre a testa alta, sempre con l'orgoglio nel cuore. Solo una cosa rendeva quella festa particolarmente atipica. Non realizzò subito cosa c'era di strano in quel che vedeva. Dovette strizzare gli occhi per mettere a fuoco l'immagine che correva verso di lui. Elliot sembrava avere un diavolo per capello e il fuoco sotto le scarpe. Non l'aveva mai visto correre così in fretta. A dire il vero non lo aveva mai visto correre. Neanche quando si trovava davanti al bulletto della scuola. Lui era quello che il pericolo lo affrontava di petto, mai di spalle. Una politica che Peter non aveva mai condiviso. Non c'è vergogna nella fuga.
Vedere l'amico correre in quella maniera gli mise l'ansia. Come se sapesse che stava per accadere qualcosa di importante. Qualcosa che probabilmente avrebbe preferito evitare. Il fiato corto lo costrinse a piegarsi e appoggiare le mani sulle ginocchia. La prima regola era di respirare sempre con il naso, mai con la bocca. Lunghe inspirazioni, veloci espirazioni. Con un solo colpo si buttava fuori tutta l'aria. Elliot gli arrivò davanti e quasi lo investì. Evidentemente ignorava la prima regola, perché cercava di ingoiare con la bocca spalancata quanta più aria possibile. Tra un affanno e l'altro cercava di sputare fuori qualche parola incomprensibile. Aveva la faccia completamente rossa, gli occhi iniettati di sangue e la fronte madida di sudore. In quelle condizioni sarebbe svenuto da un momento all'altro se non si fosse calmato.
Peter appoggiò una mano sulla spalla di Elliot e con l'altra gli fece segno di calmarsi. Gli offrì la sua borraccia "Bevi, altrimenti ti verrà un infarto. Respira con calma". Gli ci vollero alcuni secondi per calmarsi. Lo fece accomodare su una delle gradinate ai lati della corsia per farlo riprendere. "Che ti è successo, non ti ho mai visto correre in quella maniera" osservo con un sorriso e aggiunse "Avresti potuto battere persino me!"
Peter ed Elliot si erano conosciuti ai tempi delle medie, frequentavano la stessa classe. Peter era l'unico ragazzo di colore della scuola, Elliot era l'unico a cui la cosa non importasse. Tra i due si era instaurato col tempo un rapporto di fratellanza. Dove c'era l'uno c'era l'altro. Sempre insieme. Avevano condiviso giochi e punizioni. Avevano creato il loro mondo di amicizia e di lealtà. Elliot era il suo migliore amico e sembrava aver bisogno di lui come mai prima d'ora. Un brivido corse sulla schiena di Peter. Percepì di nuovo il pericolo di cui l'amico era portatore.
"Stasera... Mallory... Casale Spavento... Dobbiamo andarci" Ogni parola era affogata in un affanno, grandi respiri frammentavano il suo discorso. "Dov'è che dovremmo andare? Ma soprattutto, cosa c'entra quell'idiota di Mallory?".
Elliot cercò di calmare il respiro. Bevve un sorso d'acqua ed inspirò lentamente. Lo fece con la bocca anziché col naso, ma Peter apprezzò lo sforzo dell'amico. "E' successo durante l'ora di punizione. C'era anche quella scema di Lara. Il prof le ha proposto di organizzare la festa di Halloween a Casale Spavento e Mallory si è fatto una risata" prese di nuovo fiato, sempre con la bocca "Lara ha preso in giro Mallory che si è offeso e adesso vuole andare a fare l'eroe per far vedere quanto è forte e coraggioso" Le ultime parole Elliot le pronunciò imitando la vocetta di una ragazza. Mallory non avrebbe apprezzato.
"Un momento, ma allora è vero che l'hai steso" Elliot non rispose, ma il suo sorriso e lo sguardo illuminato urlavano il suo trionfo ai quattro venti. "Prima si fa stendere da te, poi si fa mettere in punizione ed infine viene preso in giro da una ragazza. Brutta giornata per il nostro Mallory" canzonò Peter. Era comprensibile l'urgenza di ristabilire il suo potere, ma Casale Spavento era troppo persino per il bulletto della scuola. Lì c'erano i fantasmi.
"E tu che c'entri con la storia di Casale Spavento? Non sarà una scusa per darti una lezione insieme a Coso e Cosetto?" Elliot rimase interdetto. Non aveva pensato alla possibilità "Mi è scappato detto che mia madre ha le chiavi della villa e ora mi tocca andare, altrimenti mi rifà i connotati". La stima che Peter nutriva per l'arguzia di Elliot vacillò per un istante. In realtà per qualche minuto. Ma poi si riprese e si rese conto che l'amico aveva le chiavi di Casale Spavento e non gliel'aveva ancora detto "Hai le chiavi e non me l'hai detto? Ti ricordi quel discorso che facemmo qualche anno fa sul rispetto e sui segreti? Il primo doveva essere incrollabile, i secondi non dovevano esistere." Peter era seccato, ma il rimorso nello sguardo di Elliot lo fece pentire di aver parlato "E' che non so, ci sono questi sogni... e c'era qualcosa che mi faceva sentire strano a proposito di quelle chiavi" cercò di scusarsi Elliot. Sogni? Di cosa stava parlando? Altri segreti evidentemente. "A Mallory invece potevi dirlo? Ok, ok... non fare quella faccia. Non fa niente, poi io e te facciamo un bel discorsetto, però ora abbiamo un problema da risolvere. Verrò anch'io stasera a rompere l'idillio tra te e Mallory". Il volto di Elliot si illuminò ed un bel sorriso si dipinse sul suo volto. "Viene anche Lara" aggiunse Elliot alzandosi. Perfetto, la banda di Idioti era al completo. Peter avrebbe dovuto rivedere il suo concetto di lealtà nei confronti dell'amico, ma per il momento aveva dato la sua parola. Sarebbe andato.

I due si diedero appuntamento all'ingresso di Cherrydale intorno alle nove di sera. L'appuntamento con Mallory era alle dieci, ma la strada da fare per arrivare a Plumdale era lunga. Peter si presentò puntuale. Elliot no. Come al solito. A quanto pareva ogni membro della sua famiglia aveva avuto qualcosa da dirgli di estremamente importante e questo gli aveva fatto perdere tempo. Famiglia strana quella di Elliot.
Si incamminarono lungo la statale 17. Montarono le bici solo quando furono lontani dal traffico cittadino. Nonostante l'autunno fosse piuttosto avanzato, il clima si era mantenuto mite. Un leggero venticello agitava le fronde degli alberi. La strada era completamente buia, l'unica cosa che illuminava il cammino dei due ragazzi era la Luna. Una splendida notte di Luna piena. Perfetta per raccontarsi storie di fantasmi e licantropi. Non troppo adatta per viverle in prima persona.
Arrivarono ai piedi della collina sulla quale si ergeva Casa Madison con qualche minuto di ritardo. Mallory e Lara erano lì che aspettavano in silenzio. Sembrava facessero di tutto per evitare di incrociare i loro sguardi. Quando Elliot e Peter gli furono davanti, non ci foruno saluti, tanto meno baci e abbracci. L'unica cosa che teneva unito quel bizzarro gruppetto improvvisato era l'astio. "Hai portato la chiave?" Mallory ruppe il silenzio. Elliot non rispose, si limitò a tirare fuori dalla tasca del giubbotto un mazzo di chiavi con un portachiavi a forma di spirale.
I quattro si incamminarono silenziosamente lungo la salita che li separava dal Casale. Una strada stretta costeggiata da enormi querce secolari che con le grandi chiome coprivano completamente il cielo stellato. Neanche un lampione ad addolcire il percorso. Il buio rimase sovrano per tutta la scarpinata.
Una civetta saltò da un ramo e spiccando il volo intonò il suo canto lugubre. Il cuore di Lara perse un colpo. D'istinto si aggrappo ad un lembo della manica di Mallory il quale si girò verso di lei comunicandole con lo sguardo tutta la sua disapprovazione. Lara lasciò immediatamente la presa e si schiarì la gola "Allora? Che facciamo una volta arrivati?" Non le interessava veramente saperlo, voleva solo interrompere quel pesantissimo silenzio "Cerchiamo di non farci ammazzare" rispose Elliot che finora sembrava quello più rilassato. Il suo migliore amico era con lui. Questo gli dava sicurezza.
Peter non era altrettanto tranquillo. La sensazione di qualcosa di strano non lo aveva abbandonato per tutta la sera. Il suo cane pianse quando lo vide uscire. Il suo cuore era indomabile. Non c'era verso di calmare i battiti, neanche con l'iperventilazione.
Quando arrivarono in vista dell'enorme cancello d'ingresso gli alberi iniziarono a diradarsi formando un piazzale coperto di ghiaia. Neanche la gramigna sembrava volersi avvicinare alla casa. Peter si chiese se fosse l'unico a sentire nell'aria qualcosa di sbagliato, ma decise di tenersi l'osservazione per sé. Lo stress era palpabile. Il vento si placò, civette e gufi smisero di muoversi e di cantare. Una nuvola coprì la Luna.
Elliot prese il mazzo di chiavi ed iniziò a provarle una ad una per trovare quella giusta. Mallory era visibilmente impaziente ma non disse nulla. Quando finalmente la serratura iniziò a girare l'euforia strappò a tutti un mezzo sorriso. Il cigolio del cancello che si apriva smorzò subito l'entusiasmo del gruppo. Erano dentro.

Casa Madison era una grande villa in stile coloniale. La costruzione fu commissionata circa un secolo addietro da un magnate del petrolio americano. I lavori furono spesso rallentati da misteriosi incidenti che avevano fatto guadagnare alla villa il nomignolo di Casale Spavento. La casa fu ultimata il giorno stesso in cui il proprietario, Richard Madison, fu trovato morto nel suo albergo in città. Il mistero avvolse il caso e nessuno venne mai a conoscenza delle cause della morte del magnate. Da allora la casa rimase sigillata e disabitata. Negli ultimi anni un paio di famiglie avevano tentato l'acquisto fiutando l'affare, ma inspiegabilmente nessuno riuscì ad entrare in possesso delle chiavi. Tutti morirono prima di riuscire a poggiare un mobile o uno scatolone di libri sul pavimento interno della villa. La maledizione di Casale Spavento non faceva prigionieri.
Il giardino interno sembrava pulito e ordinato come se qualcuno continuasse a prendersene cura. Elliot aveva detto che la madre era stata incaricata di vendere la casa, quindi probabilmente aveva anche fatto sistemare gli esterni per renderla più appetibile agli eventuali compratori.
La casa era molto bella. Era costruita su due livelli. La facciata era completamente ricoperta di marmo, interrotto a intervalli regolari da due file di enormi finestre che davano sui saloni interni. Ad ogni finestra corrispondeva un balconcino sui quali erano state disposte delle grandi fioriere in terracotta dal quale facevano capolino migliaia di fiori dai colori più disparati. La madre di Elliot aveva pensato proprio a tutto.
Davanti ai ragazzi si presentò una bassa scalinata che portava all'ingresso principale. Dal parapetto si alzavano enormi colonne che andavano a sorreggere il frontone della villa. Si avviarono verso l'ingresso accompagnati solo dal silenzio e dal buio. Questa volta fu ancora più difficile trovare la chiave giusta. La totale assenza di luce rendeva l'impresa ardua anche agli occhi più allenati. Mallory estrasse una torcia dallo zaino, la accese e la puntò verso il mazzo di chiavi. Anche Lara prese la sua torcia e l'accese. Peter si maledisse per non averci pensato.

L'interno della casa era innaturalmente freddo. Tutto quel marmo faceva molta scena, ma impediva al tiepido sole autunnale di scaldare l'interno della villa. Peter sentì chiaramente Lara battere i denti. Senza pensarci si tolse la giacca e gliela porse. Lei rifiutò l'offerta quasi schifata. Che tipino adorabile.
Il salone centrale si estendeva per circa un centinaio di metri quadri e si innalzava per una trentina di metri per poi concludersi con una volta a botte. La parte centrale era incorniciata da due enormi scaloni semicircolari che conducevano al piano superiore. Ognuna delle loro case sarebbe entrata comodamente in tutto quello spazio. Sarebbe avanzato anche qualche metro quadro da adibire a giardino. Ottimizzando bene gli spazi ci si poteva costruire anche una piscina. Non una di quelle olimpioniche, ma comunque una bella piscina con cui sollazzarsi e rinfrescarsi in estate. Un tale spreco di spazio era quasi imbarazzante.
Mallory e Lara, gli unici provvisti di torce, si incamminarono verso la sala laterale. Elliot e Peter li seguirono. "Senti, io la mia parte l'ho fatta. La casa te l'ho aperta. Domani tutti sapranno quanto sei coraggioso. Non è che ti offendi se me ne vado?" disse Elliot "Si, mi offendo moltissimo. Tu rimani con noi!" La frase era perentoria, ma non il tono con cui era stata detta. C'era quasi una sfumatura di supplica nella voce del bulletto. Evidentemente non era poi così coraggioso.

Un brivido percorse la schiena di Peter che si girò di scatto. Il suo sguardo vagò nel buio del salone senza trovare nulla. All'improvviso un'ombra si spostò. Era stato come un battito d'ali. Una figura si era mossa al secondo piano, vicino lo scalone di destra. Era schizzata nel corridoio dell'ala ovest. Senza voltarsi cercò di attirare l'attenzione del gruppo "Ehi, ho visto qualcosa". Il sussurro gli morì in gola. Nessuno lo sentì. Si rese conto di trovarsi di fronte allo scalone di sinistra. Gli altri erano già andati nell'altra stanza e a malapena riusciva ad intravvedere la luce delle torce. Iniziò a salire i grandi gradini di marmo senza quasi accorgersene. Il suo corpo si muoveva da solo. La mente era svuotata da ogni pensiero razionale. Era la paura a farla da padrona. In condizioni normali avrebbe inforcato la porta di ingresso e sarebbe scappato urlando come una femminuccia, invece era rimasto lì e non riusciva a fermarsi. Saliva lentamente, soppesando ogni passo. Forse quando la paura supera una certa soglia il corpo inizia a muoversi da solo. Peter era arrivato al secondo piano.
Dal corridoio dell'ala ovest proveniva un tenue bagliore. Come un piccolo segnale che indicava la strada da seguire. I passi degli altri erano ormai impercettibili. Troppo lontani. Peter si incamminò verso la luce. Ad ogni passo il suo cuore accelerava. Sentiva il battito pulsargli nei timpani. Un rumore di tamburi che lo accompagnava verso l'ignoto.
La luce proveniva da una delle stanze laterali. La porta era accostata e lasciava filtrare un po' della luce con cui la Luna inondava la stanza. La finestra della camera era spalancata e una leggera brezza di vento aveva spazzato ogni nuvola dal cielo. SBAM. Una corrente d'aria aveva fatto sbattere la porta richiudendola. Il cuore di Peter si fermò per un istante che sembrò eterno. Gli vennero le vertigini e dovette piegarsi sulle ginocchia per con cadere in terra. Il cuore ricominciò a battere, ma con più calma. Si sentì stupido per quella reazione così infantile e si avviò verso la finestra per chiuderla. Guardò oltre il parapetto e tra la moltitudine di fiori che la madre di Elliot aveva fatto disporre con cura, notò un leggero chiarore. Veniva dal bosco di querce. Era debolissimo e quasi si annullava nella luce imponente della Luna, ma c'era. Si appoggiò al parapetto per sporgersi di più e la sua mano incontrò una superficie ruvida e tonda. Un piccolo disco di pietra appoggiato sul davanzale. Peter lo prese e cercò di guardarlo meglio approfittando della luce della Luna. C'erano delle strane incisioni sopra, una sorta di caratteri scolpiti nella pietra senza un senso particolare.
Un urlo strozzato arrivò dal piano inferiore. Era una voce femminile. Doveva essere Lara. Più probabilmente Elliot. Peter infilò il disco in tasca e schizzò fuori dalla porta. Corse fino alla balaustra dello scalone. Arrivò in tempo per vedere i suoi amici correre a perdifiato verso la porta d'ingresso seguiti a breve distanza da una sorta di enorme banco di nebbia. Una nebbiolina fitta e luminosa. Completamente d'oro. I fantasmi c'erano davvero.
Peter corse con quanta forza aveva nelle gambe. Scese le scale a grandi balzi e si fiondò all'inseguimento degli altri. Il fantasma gli si fece dietro. Era veloce il bastardo.
Elliot e gli altri erano già in giardino. Peter li aveva quasi raggiunti. Un altro fantasma si parò davanti al cancello e iniziò a muoversi verso di loro. Mallory cambiò velocemente direzione e si diresse verso il bosco di querce ad ovest della villa. Tutti gli altri lo imitarono e iniziarono a correre compatti lungo il pendio della collina in mezzo alle forti radici degli alberi.
Correre. In quella corsa non c'era nulla dell'eleganza dei passi che si susseguono con un ritmo preciso e serrato tipico dell'atletica. Correre. Il fiato si mozzava in gola. La coordinazione dei movimenti veniva a mancare. Correre. Qualcuno provò a chiedere cosa diavolo fossero quelle luci, ma nessuno rispose. Correre. Si erano aggiunti altri fantasmi all'inseguimento. Correre. Altre luci cominciavano ad affiancarli lungo il tragitto. Correre. All'inizio la paura li aveva messi tutti sullo stesso piano, ma a lungo andare la stanchezza degli altri e l'allenamento di Peter avevano fatto in modo di portare quest'ultimo in testa al gruppo. Correre. Il terreno era morbido sotto i piedi. I passi erano completamente attutiti ed ovattati. Correre. Lo sguardo allenato di Peter lo avvertiva di ogni radice che si parava sul suo cammino. Correre. Imprecazioni venivano dalle sue spalle. Gli altri continuavano ad inciampare e a rialzarsi. Correre. La distanza tra Peter e i suoi compagi andava via via accentuandosi, ma nessuno demordeva. Correre. Correre. Correre.
Il bosco era un enorme concentrato di luci che confluivano verso di loro. Senza che potessero accorgersene ormai la nebbia era ovunque. Compatta. Era sui loro vestiti, sul loro corpo, tra i loro capelli, era nell'aria che inspiravano con foga. Tutto era luce. Nessuno rallentò il passo, ma ormai non c'era più nulla da cui scappare.
Peter sentì la terra ammorbidirsi sotto i suoi piedi. Il terreno stava cedendo sotto il loro peso e lui non poteva impedirlo. Spiccò un salto per allontanarsi il più possibile dal luogo in cui la terra si stava inabissando. Atterrò sulle radici di un albero e si voltò di scatto per avvisare gli altri. Troppo tardi. Fece in tempo a vedere il braccio di Elliot alzato che spariva ingoiato dal suolo. La nebbia confluì tutta verso la voragine che si era aperta, come l'acqua che scola in una vasca da bagno quando si toglie il tappo. Peter si ritrovò investito da un turbinio di luce intenso, terribile, bellissimo. Il buio tornò sovrano.

Il buco era largo quanto una macchina. Un riverbero di luce proveniva dal suo interno. Peter alzò lo sguardo e vide la villa. L'ala ovest, dove c'era il parapetto dal quale si era sporto. Era una trappola. Le luci, i fantasmi o quel che erano, venivano da quel bagliore che lui aveva intravisto. Li avevano tranquillamente condotti nel luogo dal quale provenivano.
Si morse il labbro per tornare alla realtà. I suoi amici erano caduti nel buco. Si sporse dal bordo per vedere come stavano. Sotto di lui si apriva una camera enorme. Una sorta di cupola di pietra. Le pareti sembravano emanare luce. Elliot era in ginocchio e tra tutti sembrava essere quello più in salute. Mallory e il suo giaccone in piume d'oca gli avevano attutito la caduta. Il bulletto si stava rialzando. Aveva una brutta ferita sulla fronte e si teneva dolorante la spalla destra. Ammaccato ma vivo. L'unica che non dava segni di reazione era Lara, la prima ed essere finita nel buco. Aveva una evidente frattura alla gamba sinistra ed era priva di conoscenza. "Come state?" gli urlò Peter "In un brodo di giuggiole!" rispose sarcastico Mallory. "Vai a cercare aiuto!" lo supplicò Elliot. "Lara..." iniziò a dire ma Mallory lo interruppe "Di lei ci occupiamo noi! Tu va a cercare qualcuno, chiamate un'ambulanza e tornate con una corda robusta. Corri!"
Peter fece per alzarsi quando sentì di nuovo la voce di Mallory "Ah, già che ci sei portami un cheeseburger". Non perse tempo a rispondergli. Si voltò ed iniziò a correre verso valle. Era quasi arrivato sulla strada quando intravide una figura. Un ombra. La stessa ombra che aveva visto nella villa. O almeno una che le assomigliava molto. Era una persona con un mantello nero. Il cappuccio gli copriva interamente il volto ma Peter riuscì ad intravvedere un sorriso a mezza bocca. Continuò a correre verso l'ombra. Più si avvicinava, più sentiva il suo sguardo su di sé. Un sussurro. Una voce. Qualcosa di non detto. Qualcosa nella sua testa. "Quello che tu chiami Stevens abita al termine di questa strada". L'ombra si spostò dietro un albero poco prima che Peter la raggiungesse. Girò intorno al tronco ma non c'era nessuno. Come volatilizzato.
Era sicuro di non aver sentito niente, eppure quell'ombra gli aveva parlato. Gli aveva indicato il modo di aiutare i suoi amici. Almeno così la interpretò Peter. Il professor Stevens avrebbe saputo cosa fare. Li avrebbe messi in punizione fino al giorno del diploma, ma almeno li avrebbe aiutati.
Arrivato sulla strada Peter si voltò indietro a guardare il bosco. Lì da qualche parte Lara era in pericolo e il suo migliore amico era intrappolato. Mallory poteva anche rimanere lì, ma gli altri avevano bisogno di lui. Li avrebbe salvati!